Etica della pelliccia
Pelliccia etica o etica della pelliccia?
On: 11 febbraio 2015   |   By: SHERì Pellicce Made in Italy   |   Under: Fur Blog   |   Comments: No Comment

Blog e riviste scrivono spesso articoli sui metodi di raccolta delle pelli degli animali negli allevamenti alla continua ricerca di un’etica della pelliccia…

 

La pelliccia etica

Definire etica una pelliccia (dal greco éthos: carattere, comportamento), implica l’assunzione, da parte di molti produttori, di una vera e propria presa di responsabilità riguardo al trattamento degli animali durante la fase di raccolta delle pelli. Responsabilità che, secondo gli animalisti, il più delle volte viene a mancare, in riferimento alla pessima collocazione, al precario sostentamento e ai barbari metodi di soppressione dell’animale stesso.

Secondo quanto sostenuto negli ultimi anni da Mark Oaten, CEO dell’International Fur Trade Federation, il maltrattamento sugli animali è assolutamente vietato, e non conviene a nessuno, non tanto per motivi legali imposti da enti sovranazionali, bensì per una questione che egli definisce finanziaria, dato che una pelliccia proveniente da animali maltrattati non potrà mai essere vendibile. Pertanto Oaten assicura:

La sfida per noi è spiegare al consumatore e al rivenditore la nostra attenzione e rispetto per l’animale. Abbiamo quindi creato una etichetta, OA – Origin Assured, che assicura al consumatore la provenienza della pelliccia da un paese in cui le leggi e gli standard di comportamento regolamentati sono rispettati. Questa etichetta è una garanzia di attenzione per l’animale”.

(Mark Oaten al decimo incontro con I Professionisti della Moda, 22/03/2012).

Allo stesso modo, agli animalisti che inveiscono contro alcuni produttori sciagurati, sono state mosse altrettante critiche sull’uso e sulla manomissione di materiale visivo pubblicato su blog e riviste (come immagini create ad hoc per alimentare l’ideologia animalista a discapito del libero mercato) o in riferimento a denunce che riguardano esclusivamente casi isolati, includendo, talvolta, anche quello degli allevamenti di visone di grandi organizzazioni del settore, come Kopenhagen Fur.

Da un punto strettamente deontologico, se dal movimento attivista l’allevamento etico viene etichettato come mito alla luce di un sentimento morale rivolto verso la salute degli animali, d’altra parte è anche vero che, proprio a causa di quest’ultimo, molte volte si tende ad oscurare realtà concrete e misurabili, accusando ingiustamente produttori e distributori di pellicce anche quando essi agiscono nella piena libertà e legalità dei loro diritti, entro i quali si incorniciano codici e regole di cui tutti possono beneficiare, consumatori e animalisti inclusi. Tali principi, infatti, vengono stabiliti sulla base di regole imparziali, supportati proprio dall’assenza di slanci solidaristici votati a un determinato “credo”, come nel caso della Convenzione di Washington (CITES), la quale non trascura alcuna garanzia o certificazione sulla provenienza delle pelli e a cui il mondo dei produttori (quelli veri) deve per forza adeguarsi, come abbiamo visto, anche per una questione puramente economica e commerciale.

 

L’animalista ragionevole

Un esempio che addirittura va al di là dell’aspetto strettamente legale, sostenendo quello economico attraverso un amorevole sentimento verso gli animali, ci è offerto dalla stilista Pamela Paquin, fondatrice del marchio Petite Mort, le cui pellicce vengono create esclusivamente usando carcasse di animali morti in incidenti stradali negli Stati del New England (USA), la maggior parte delle quali viene fornita dall’Highway Department and Animal Control, autorizzata a raccoglierne i resti senza vita. Dopo averli scuoiati, gli animali sono congelati e inviati a un tassidermista prima della cucitura, i quali poi vengono certificati in base al luogo in cui i cadaveri sono stati raccolti.
Pamela, dopo aver ricevuto una risposta positiva dal mercato grazie alle sue pellicce etiche, ha però subìto un netto disappunto da parte degli animalisti, le cui lamentele si sono incentrate solo sul fatto che in questa trovata commerciale, di etico, ci fosse ben poco.

Alla luce di quanto riflettuto sopra, risulta evidente quanto agli animalisti sfugga la definizione di etica:

ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso sé stessi e verso gli altri, e quali i criteri per giudicare sulla moralità delle azioni umane

(Da Treccani)

Probabilmente i “criteri”, intesi come fondamenti razionali atti a garantire la moralità delle azioni umane, sono stati ancora una volta trascurati a fondamento di un credo animalista che punta invece a una sola convinzione scaturita espressamente dal sentimento di non uccidere gli animali.

 

L’etica della pelliccia

Per non cadere ancora una volta nella “trappola animalista”, è bene illustrare alcune norme della Convenzione CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of wild fauna and flora), vero e proprio codice deontologico per la provenienza delle pelli animali, al quale SHERì si attiene strettamente:

Il commercio costituisce una delle cause principali della riduzione in natura di molte specie animali e vegetali, se realizzato in modo non sostenibile.
Una equilibrata e ragionevole utilizzazione delle specie animali e vegetali favorisce invece la tutela delle risorse naturali, in quanto le popolazioni locali, spesso in grave stato di povertà, possono ricevere utili profitti che in parte possono essere reinvestiti negli stessi programmi di conservazione. In questo modo viene assicurato il mantenimento del loro capitale naturale, che è anche economico. Il commercio è pertanto utile alla conservazione: “l’uso sostenibile” delle specie animali e vegetali è il principio guida della CITES.
I metodi per utilizzare le specie animali e vegetali senza procurare detrimento delle loro popolazioni selvatiche sono diversi e tutti validi: attraverso il controllo rigoroso della caccia e del prelievo dalla natura di esemplari selvatici, con l’allevamento in cattività delle specie animali (ottenendo in alcuni casi anche specie domestiche destinate al commercio), utilizzando tecniche di prelievo moderne che evitino l’abbattimento di un animale per ricavarne le parti valide commercialmente

(Associazione Italiana Pellicce (AIP) – Convenzione di Washington CITES – 03/03/1973).


Fonte immagine yaqui.forumfree.it

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